La storia del vino in Calabria è antica quanto le origini della regione stessa, da sempre crocevia di civiltà, culture e tradizioni.
Gli Enotri, che già nel secolo VIII a.C. allevavano la vite ad alberello sorretto da paletti e presero il nome proprio da quest’uso (oinotron, dal greco, “paletto per la vite”).

L’arrivo dei greci sulle coste italiche portò un periodo di forte sviluppo: la Magna Grecia, nel VI secolo a.C., era un centro di enorme ricchezza economica e culturale, così denominata per testimoniare un tale livello di civiltà da poter essere considerata più grande della madrraccoglitrice 1950epatria. La coltura dei vitigni portati dai coloni e gli avanzati metodi di vinificazione resero celebri i vini della Magna Grecia, anche a distanza di secoli. Infatti, in età imperiale erano tra i più ricercati, lodati da Virgilio e Plinio Il Vecchio.

L’avvento del Cristianesimo e la costituzione delle strutture monastiche giocano un ruolo chiave nell’avanzamento e nel consolidamento della viticoltura calabrese: la cura scrupolosa dei vigneti e la produzione di vino erano elementi centrali delle pratiche religiose e dei rituali cristiani. Per tutto il Medioevo e durante il Cinquecento la qualità della produzione locale è attestata da numerosi documenti e resoconti, basti pensare agli apprezzamenti di Papa Paolo III e del suo coppiere Sante Lancerio.

I palmenti, le grandi vasche scavate nella roccia e utilizzate per la pigiatura dell’uva, sono la testimonianza della grande attività vitivinicola avvenuta nel corso del tempo. Nella zona di Ferruzzano, in provincia di Reggio Calabria, è ancora possibile osservare centinaia di queste strutture, alcune delle quali antichissime e utilizzate ininterrottamente fino al secolo scorso.

La continuità della vita rurale subisce profondi cambiamenti dalla fine dell’Ottocento, per poi vivere una lunga fase di crisi durante l’inizio del XX secolo, con le grandi emigrazioni che portano alla dissoluzione di un consolidato universo tradizionale, all’abbandono di terre coltivate, alla marginalizzazione di una produzione che pure mantiene le sue caratteristiche di qualità.

Dagli anni Settanta si assiste a una progressiva inversione di tendenza, grazie all’impegno di agricoltori e produttori che si dedicano al recupero dei vitigni autoctoni, alla scelta dei terreni migliori e alla modernizzazione dei metodi di coltivazione e produzione, che si innestano sul prezioso patrimonio culturale calabrese.